«Sarà una cosa seria e non sarà un carrozzone». Con queste parole, l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, battezzò tra il 2009 e il 2010 la nascitura Banca del Mezzogiorno, un nuovo istituto di credito che, almeno in origine, aveva il compito di fare da volano per la crescita delle piccole imprese nel Sud Italia. Erano progetti ambiziosi, quelli di Tremonti, che purtroppo sono rimasti sulla carta.
Oggi, infatti, la Banca del Mezzogiorno è indubbiamente molto lontana dagli obiettivi che l’’ex-ministro dell’Economia si era posto. Nato un paio d’anni fa dopo un lungo periodo di gestazione, questo istituto finanziario interamente dedicato al Sud (anche se ha sede a Roma, è partecipato al 100% dal gruppo Poste Italiane e ha ereditato le attività del MedioCredito Centrale), ha chiuso il primo semestre del 2013 con 466 milioni di euro di crediti verso la clientela e con un utile di 6,9 milioni. Si tratta, va detto, di risultati significativamente migliori rispetto a quelli del 2012 (quando l’utile era di appena 1,5 milioni e i crediti ammontavano a 174 milioni). Ma i numeri che emergono dal bilancio non somigliano certo a quelli di una grande banca capace di risolvere da sola i problemi delle aziende meridionali. A confermarlo è stato anche l’attuale sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, rispondendo a un’interrogazione presentata presso la commissione Finanze della Camera. Gli obiettivi di crescita della Banca del Mezzogiorno «si sono poi rivelati difficilmente perseguibili», ha detto Baretta, che ha anche negato la possibilità che l’istituto voluto da Tremonti possa presto finire, come prospettava qualcuno, sotto l’ala protettrice della Cassa Depositi e Prestiti. Ad ascoltare le parole del sottosegretario, insomma, la strada della Banca del Mezzogiorno sembra ancora tutta in salita.

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