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Art Bonus, perché non funziona

Art Bonus, perché non funziona Torna a Art Bonus: (grandi) mecenati cercansi
Giovedì, 21 Aprile 2016

Intervista a Patrizia Asproni, presidente di Confcultura

«Apprezzo gli sforzi del ministro Dario Franceschini e lo spirito che lo ha portato a creare l’Art Bonus. Tuttavia, ritengo che i risultati raggiunti abbiano deluso le aspettative e che il meccanismo di funzionamento degli incentivi sia troppo macchinoso e complicato». Parola di Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, associazione che riunisce decine di società private e di operatori del settore museale e culturale.

Perché questo giudizio così negativo?
Perché in Italia, purtroppo, anche le iniziative adottate con le migliori intenzioni vengono vanificate dalla burocrazia che, puntualmente, complica le cose.

In che senso?
Mi riferisco al sistema con cui sono stati architettati gli incentivi fiscali a favore delle opere di mecenatismo. Purtroppo, per usufruire del credito d’imposta, sono necessari diversi adempimenti e il rispetto di alcuni vincoli che scoraggiano le donazioni, come abbiamo potuto riscontrare attraverso un’analisi realizzata per la nostra associazione da Piergiorgio Re, docente di Economia aziendale all’Università di Torino. I 60 milioni di euro raggiunti finora non mi sembrano un grande risultato, se si considerano i fabbisogni del patrimonio artistico e culturale italiano.

Cosa si dovrebbe fare allora per favorire il sostegno privato alla cultura?
Adottare un sistema di incentivi fiscali più semplice di quello attualmente in vigore. Per quale motivo non si è pensato a creare un meccanismo simile a quello dell’8 per mille o del 5 per mille Irpef? Sarebbe un sistema meno burocratico di quello attuale e mobiliterebbe un quantitativo superiore di risorse.

Finora, tra i nomi dei mecenati italiani, ci sono pochi grandi gruppi industriali. Perché sono così avari?
In Italia ci sono tantissime aziende e moltissimi imprenditori, piccoli e grandi, disposti a sostenere la cultura. Purtroppo, però, la loro buona volontà viene ostacolata spesso da molte difficoltà di tipo strutturale. Come in qualsiasi loro attività, le aziende hanno un orientamento al risultato e vogliono vedere, entro un arco di tempo ragionevole, i frutti dei soldi che hanno speso. Non è facile riuscirci, però, quando si ha a che fare con gli enti pubblici. Per questo, io credo ci sia bisogno di creare realtà che svolgano il ruolo di decodificatori, cioè che siano capaci di fare da tramite e di far dialogare due mondi differenti.

Qualche esempio?
Come caso virtuoso, posso citare l’esperienza della Consulta di Torino, a cui aderiscono le maggiori aziende piemontesi come il gruppo Fca, Ferrero o Lavazza. Si tratta di un organismo che da diversi anni è impegnato nel recupero del patrimonio storico-artistico del capoluogo piemontese e che collabora in maniera proficua con le Sovrintendenze e con tutte le istituzioni. In Confindustria abbiamo creato la Fondazione Industria e cultura proprio per instaurare collegamenti fra arte e imprese, aiutando entrambi i comparti a incontrarsi.

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