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Per restaurare le magnifiche e antiche mura di Lucca, servono circa 4 milioni di euro. A pagare il conto, però, almeno questa volta non sarà soltanto lo Stato. I lavori, infatti, verranno finanziati parzialmente dai privati, in primis dalla Fondazione che un tempo controllava la Cassa di Risparmio della cittadina toscana, e che ha versato finora la bellezza di oltre 1,6 milioni di euro. I manager della Fondazione Carilucca, però, hanno fatto bene i loro conti: più della metà dei soldi spesi, per la precisione il 65%, verrà recuperata grazie a un mega-sconto sulle imposte da pagare nei prossimi tre anni. Tutto merito dell’Art Bonus, cioè il sistema di agevolazioni fiscali introdotto nel 2014 dal ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, a favore di tutti gli enti, le aziende o i privati cittadini che fanno attività di mecenatismo, cioè donano soldi all’arte e alla cultura purché vadano a vantaggio di organismi o istituzioni pubbliche. Un finanziamento a un’opera di restauro, un sostegno a un museo civico o a una fondazione lirica e teatrale: ecco alcune delle “buone azioni” che possono beneficiare dell’Art Bonus, grazie al quale i finanziatori ottengono un credito d’imposta, introdotto inizialmente in via sperimentale e reso poi permanente a partire dal 2016.

FACCIAMO I CONTI
Secondo i dati aggiornati all’inizio di quest’anno, le donazioni hanno raggiunto un valore complessivo di circa 62 milioni di euro. Non un mare di soldi, è vero, ma si tratta pur sempre di un tesoretto che sta crescendo a ritmi sostenuti: soltanto a ottobre 2015, le donazioni fiscalmente agevolate erano pari complessivamente a circa 34 milioni di euro, cioè a quasi la metà rispetto a oggi. Per questo, il ministro Franceschini si è detto ampiamente soddisfatto dei risultati raggiunti, convinto che il 2016 sarà addirittura «l’anno dell’esplosione dell’Art Bonus» e porterà finalmente nuove risorse per l’immenso patrimonio artistico italiano dopo un lungo periodo di tagli. Non tutti, però, sono d’accordo con il ministro. È il caso, per esempio, dell’associazione di categoria Confcultura, che riunisce decine di operatori museali privati. Nei mesi scorsi ha commissionato un’indagine sul tema a Piergiorgio Re, docente di Economia aziendale all’Università di Torino. Passando in rassegna i nomi dei mecenati che hanno approfittato dell’iniziativa (facilmente consultabili su Internet), Re ha constatato che molte donazioni sono giunte per lo più da soggetti, come le fondazioni bancarie, che già da decenni sono impegnate nel sostenere l’arte, la cultura o i musei. Si tratta dunque di organismi che avrebbero fatto comunque del mecenatismo, indipendentemente dall’esistenza delle agevolazioni fiscali. L’arrivo delle agevolazioni, insomma, per Confcultura ha offerto a questi mecenati l’opportunità di pagare un po’ meno tasse e non è stato certo determinante nel dare una spinta alle nuove erogazioni. Inoltre, va detto pure che il grosso dei finanziamenti è andato a beneficio di pochi soggetti come la Fondazione Teatro alla Scala o le fondazioni che gestiscono l’Arena di Verona e il Teatro Regio di Torino, tutti organismi che hanno sempre potuto contare su un buon flusso di finanziamenti privati. Per trovare opere di restauro finanziate con l’Art Bonus come nel caso delle mura di Lucca, invece, bisogna scendere un po’ nella classifica delle maggiori donazioni e arrivare sino al nono posto. È qui che si piazza l’intervento di manutenzione dell’Isola di San Giorgio a Venezia, che ha raccolto dai privati 1,7 milioni di euro (sui 12 milioni necessari).

E I BIG?
Non va però dimenticato neppure un altro aspetto importante. Tra i soggetti donatori figurano per adesso pochissime grandi imprese. Anzi, tra i mecenati che hanno devoluto una somma superiore a 100 mila euro, di grossi gruppi non se ne trova al momento neppure uno. Ci sono piuttosto aziende di medie dimensioni come Brembo, Salvatore Ferragamo o la bolognese Ima, leader mondiale nella costruzione di macchine automatiche per il confezionamento dei prodotti: tutti nomi importanti e conosciuti anche all’estero, ma che non hanno certo le dimensioni di colossi come Enel, Eni o Fca. Perché questa ritrosia delle grandi aziende? Una spiegazione può essere legata al meccanismo di funzionamento dell’Art Bonus, le cui agevolazioni sono soggette a diversi limiti. Oltre a essere destinate obbligatoriamente a enti e istituzioni pubbliche, infatti, le donazioni alla cultura sono detraibili fiscalmente soltanto entro certe somme, cioè sino al 15% del reddito imponibile (per i soggetti privati o gli enti non commerciali) o fino al 5 per mille dei ricavi (nel caso delle aziende). Un ricco ereditiero che ha tanti milioni da parte, ma un reddito annuo di soli 50 mila euro, quindi, può detrarre dalle imposte fino a un massimo di 7.500 euro (il 15% di 50 mila) anche se ha donato alla cultura diverse centinaia di migliaia di euro. Stesso discorso per le aziende: una società che fattura ben 10 milioni all’anno, con le agevolazioni volute da Franceschini può ottenere un credito d’imposta non superiore a 50 mila euro (il 5 per mille dei ricavi), anche se magari ha finanziato un mega-restauro che costava uno sproposito. In presenza di paletti così stringenti, insomma, per Confcultura non c’è da stupirsi se molte grandi aziende hanno snobbato l’Art Bonus.

PRIMO PASSO
Non è altrettanto negativo, invece, il giudizio su queste agevolazioni che arriva da Laura Bellicini, partner dello studio legale e tributario Legalitax. «Sono d’accordo con Confcultura quando critica i limiti posti alla detraibilità delle donazioni», dice Bellicini. Trattandosi di liberalità a copertura di spese che dovrebbe affrontare lo Stato, infatti, per l’avvocato si potevano evitare delle restrizioni così severe. «Tuttavia», continua Bellicini, «capisco bene che il governo non voglia rischiare di avere problemi di gettito, qualora il ricorso all’Art Bonus si rivelasse in futuro superiore al previsto. Inoltre, devo riconoscere anche che il sistema delle detrazioni d’imposta ideato per questa iniziativa, seppur con alcuni difetti e punti critici, è molto meno farraginoso di altre agevolazioni adottate in passato nel nostro sistema fiscale». Come avvocato tributarista, il partner di Legalitax si è imbattuto spesso in normative molto complicate e piene di cavilli burocratici, capaci di complicare la vita alle aziende e a molti imprenditori che avevano diritto a usufruire di qualche credito d’imposta. L’Art Bonus non sarà proprio uno strumento perfetto, insomma, ma rappresenta comunque un passo in avanti per favorire il mecenatismo in Italia. Un giudizio sostanzialmente positivo giunge anche da Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di Ima (Industria macchine automatiche). «Abbiamo fatto donazioni a diverse iniziative e istituzioni culturali», dice Vacchi, «abbiamo devoluto 200 mila euro alla Fondazione Teatro Comunale di Bologna, che ha attivato con straordinaria celerità le procedure per beneficiare del canale di finanziamento». Sempre nel capoluogo emiliano, il gruppo Ima sostiene altri organismi pubblici come il Museo del patrimonio industriale, il sito archeologico di Claterna, alle porte della città, l’iniziativa Arte & Scienza in piazza e il festival Scriba, dedicato alla scrittura e ideato da Carlo Lucarelli. Senza dimenticare, infine, gli eventi fuori Bologna come la mostra dal titolo Piero della Francesca: indagine su un mito ai Musei di San Domenico di Forlì. Ima non è un’azienda di grandissime dimensioni, è una multinazionale tascabile specializzata in un settore di nicchia, che ha un fatturato di oltre 850 milioni di euro, di cui circa il 90% viene esportato. Eppure, anche senza avere la mole del colosso, il gruppo guidato da Vacchi oggi figura tra i maggiori mecenati che hanno utilizzato l’Art Bonus. «Lo ritengo uno strumento moderno per agevolare la partecipazione delle imprese a temi di interesse collettivo come il sostegno alla cultura», dice ancora il presidente e a.d. di Ima, «in un momento di evidente difficoltà economica per le pubbliche amministrazioni».