Non conosce crisi il business delle armi. Sembra in atto una nuova corsa agli armamenti come non se ne vedevano dalla caduta dell'Urss. Sarà forse colpa dell'incertezza globale e delle spinte nazionalistiche, ma i dati dello Stockholm international peace research institute (Sipri) sono impressionanti. Tra il 2012 e il 2016 il commercio del settore è cresciuto dell'8,4% rispetto al quinquennio precedente.

Il flusso degli armamenti scorre sempre più verso Est e la guerra in Siria è solo una parte del problema (+86% verso la regione dall'inizio del conflitto). A guidare la classifica degli importatori globali è l'India, seguita da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Algeria. Si spartiscono la vetta del ranking degli esportatori invece gli Stati Uniti (33% del mercato e soldi a palata dall'Arabia Saudita, non inclusa negli Stati "proibiti" del travel ban di Donald Trump), la Russia (il 38% dei suoi prodotti vanno in India). Al terzo posto la sorprendente Cina: come sempre accade, a Pechino hanno smesso di comprare per iniziare a produrre (+74% di esportazioni verso Asia, Oceania e soprattutto Africa).

Nella top 10 dei venditori è ben rappresentatal'Europa, con cinque Paesi. L'Italia che conquista un solido ottavo posto grazie a un'impennata del 22% delle esportazioni. Il primo cliente tricolore è la Turchia di Erdogan (14% verso il sesto importatore globale), segue l'Algeria (con una guerra civile all'orizzonte) e l'Angola del dittatore José Eduardo dos Santos al potere da 37 anni. Spicca anche il dato del flusso di armi verso gli Emirati Arabi Uniti, con il nostro Paese che si piazza dietro solo a Usa e Francia. Business is always business?