Conviene vivere in un paese globalizzato rispetto a uno chiuso dietro dazi doganali. Punto. Sono le indicazioni date dall’Indice della Globalizzazione (qui il report) dell’Istituto Bruno Leoni che ha classificato 39 Paesi in base all'esposizione agli scambi globali, alla capacità attrarre o generare investimenti diretti esteri e al grado di connettività dei Paesi e la loro partecipazione ai mercati mondiali della conoscenza. Tra i Paesi più "globalizzati" vincono Irlanda, Malta e Danimarca, mentre il podio della chiusura agli scambi è di Arabia Saudita, Indonesia e India. L’Italia? A metà classifica, zavorrata dalla difficoltà di attrarre investimenti.

Lo studio ribadisce così la correlazione tra l’apertura al commercio mondiale, il Pil pro capite e la scarsa disoccupazione, di qualunque tipo (giovanile, femminile o totale). Certo, durante la crisi questi parametri erano saltati, ma i Paesi "globalizzati" hanno visto una ripresa più rapida dell'occupazione proprio in coincidenza con la ripartenza degli scambi mondiali. In più, i Paesi più aperti soffrono meno disuguagliante interne, vantano una migliore scolarizzazione e minori livelli di inquinamento. «È suggestivo pensare che sia proprio la consapevolezza di partecipare alla comunità globale a spiegare il maggior livello di progresso sociale nei Paesi più aperti agli scambi», spiega il report.

Ma quali sono le economiche che si aprono "più facilmente"? Quelle con una forte componente manifatturiera, ovviamente, che vive ormai di catene di fornitura e commercializzazione necessariamente internazionali. Allo stesso tempo, però, nei momenti di difficoltà le industrie locali chiedono maggiore chiusura. «È cruciale, in questo senso, mantenere alta l’attenzione alle evoluzioni normative», conclude lo studio, «le quali, se dettate dalle emergenze politiche, possono comportare elevati costi di lungo periodo».