© Getty Images

L’Unione europea ha sanzionato Apple con una pena pecuniaria di 13 miliardi di euro: la somma è una sorta di risarcimento, da versare all’Irlanda, a saldo delle imposte inevase sui profitti ottenuti tra il 2013 e il 2014. La differenza del versato sarebbe resa possibile dalle aliquote vantaggiose previste dall’Irlanda, dove ha sede operativa il gruppo statunitense. «Non è una punizione. Sono tasse non pagate che vanno pagate», ha spiegato in conferenza stampa il commissario Ue Margrethe Vestager.

LA REPLICA DI TIM COOK. Subito dopo la notizia della maxi multa inferta ad Apple, il Ceo Tim Cook ha postato sul sito del gruppo un’energica replica alla sentenza europea. Nel suo post, Cook rimanda le accuse al mittente: «Il parere della Commissione emesso il 30 agosto sostiene che l’Irlanda avrebbe riservato ad Apple un trattamento fiscale di favore. È un’affermazione che non trova alcun fondamento nei fatti o nella legge. Noi non abbiamo mai chiesto, né tantomeno ricevuto, alcun trattamento speciale. Ora ci troviamo in una posizione anomala: ci viene ordinato di versare retroattivamente tasse aggiuntive a un governo che afferma che non gli dobbiamo niente più di quanto abbiamo già pagato».

APPLE FA BENE ALL’IRLANDA. Ma c’è di più. Per Tim Cook, Apple non solo non danneggerebbe l’Irlanda ma avrebbe addirittura contribuito al benessere economico e finanziario del Paese. «Trentasei anni fa, ben prima di lanciare l’iPhone, l’iPod e perfino il Mac, Steve Jobs inaugurò la prima sede operativa di Apple in Europa. […] Nell’ottobre 1980, Apple aprì una fabbrica a Cork, in Irlanda, con 60 dipendenti. In quegli anni Cork soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti, capace di sostenere la crescita dell’azienda se il futuro fosse stato favorevole. Da allora abbiamo lavorato a Cork senza soluzione di continuità, persino durante i periodi di incertezza riguardo al nostro stesso futuro, e oggi diamo lavoro a oltre 6000 persone in tutta l’Irlanda; ma è ancora a Cork che si concentra il maggior numero di dipendenti. […] Innumerevoli multinazionali hanno seguito l’esempio di Apple scegliendo di investire a Cork, e oggi l’economia locale è più forte che mai».

DECISIONE DELL’IRLANDA. Morale: Apple avrebbe sempre agito in funzione del benessere dell’Irlanda e, se le imposte sono state inferiori a quelle stimate dall’Ue, si tratterebbe di una libera scelta del Paese: «Negli anni, ci siamo avvalsi delle indicazioni delle autorità irlandesi per rispettare le normative fiscali del Paese; le stesse indicazioni che qualsiasi azienda attiva in Irlanda ha a disposizione. Come in tutti i Paesi in cui operiamo, in Irlanda rispettiamo la legge e versiamo allo Stato tutte le tasse che dobbiamo».

COLPITA LA SOVRANITÀ DEGLI STATI. Dopodiché Tim Cook si scaglia contro la Ue, sottolineando come la sentenza metta addirittura in pericolo la sovranità nazionale in termini di normativa fiscale: «La mossa senza precedenti della Commissione ha implicazioni gravi e di vasta portata. Di fatto è come proporre di sostituire la normativa fiscale irlandese con quel che la Commissione ritiene avrebbe dovuto essere tale normativa. Sarebbe un colpo devastante alla sovranità degli Stati membri in materia fiscale e al principio stesso della certezza del diritto in Europa». Apple andrà dunque per vie legali. «Oltre a evidenti ripercussioni per Apple, questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa. Se valesse la teoria della Commissione, qualsiasi azienda in Irlanda e in Europa correrebbe improvvisamente il rischio di vedersi tassata in base a leggi mai esistite. Apple è da tempo a favore di una riforma delle normative fiscali internazionali, con l’obiettivo di avere più semplicità e trasparenza. Riteniamo che questi cambiamenti dovrebbero essere introdotti nel rispetto delle procedure legislative, a partire da proposte discusse dai leader e dai cittadini dei Paesi interessati. E come tutte le leggi, le nuove norme dovrebbero valere da quando entrano in vigore, non retroattivamente», aggiunge Cook.