Per contrastare la crisi e salvare milioni di posti di lavoro, l’amministrazione di Barack Obama ha stravolto il sistema economico statunitense mettendo in piedi un piano di sostegno per 787 miliardi di dollari. Ha salvato così banche, assicurazioni, interi settori a rischio, dando vita a un sistema economico misto, pubblico e privato

C’è una vecchia barzelletta tornata di moda negli ultimi tempi. La scena si svolge nell’aula del Parlamento siciliano. C’è un’animata discussione e a un certo punto il Presidente prende la parola e propone: «Per risolvere i nostri problemi una strada c’è: dichiariamo guerra agli Stati Uniti d’America. Ovviamente la perdiamo e diventiamo tutti americani. E così finiranno i nostri guai». Applauso, ovazione di consensi. Si alza timidamente un vecchietto e chiede la parola. Concessa. Rivolto al Presidente, domanda: «Mi scusi, ma che cosa succede se invece di perderla la guerra, la vinciamo noi?» L’uditorio, esterrefatto, tace.

Little Italy all’attacco
Non è che una battuta, naturalmente. Ma è anche un’indicazione di come sono cambiati i tempi, le percezioni prevalenti, da quando, con il fallimento della Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria che ha imposto segni negativi alle economie di tutto il mondo. Il re è nudo, nel senso che il modello cui tutti facevano riferimento, quello americano, ha dimostrato di non essere vincente sempre e comunque. La virtuosissima economia statunitense, con il suo dio mercato al di sopra di tutto, è entrata in un vicolo cieco simile a quello del 1929. Per trovare una via d’uscita l’amministrazione Obama ha varato un piano di sostegno da 787 miliardi di dollari. Qualcosa che non ha precedenti. Sono state salvate banche, assicurazioni, agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac, interi settori industriali che avrebbero chiuso i battenti lasciando sulla strada centinaia di migliaia di lavoratori (quello automobilistico è l’esempio più conosciuto, ma non è il solo). Risultato: l’economia statunitense non è più quella che era solo due anni fa. È come se fosse passata per le mani di un chirurgo estetico che però ha sbagliato l’intervento, cambiandone i connotati in peggio. Ora, per certi versi, è molto simile a quella italiana.

Maestri di debito
Il debito, tanto per incominciare. L’Italia ha un debito pubblico del 115% del prodotto interno lordo. Una cifra impressionante, nessuno lo nega. Ma gli Stati Uniti non sono messi meglio. Il debito del federale è sotto la soglia del 100% del Pil, ma solo perché viene contabilizzato in maniera diversa rispetto alla nostra. Se il Tesoro statunitense facesse un conto unico calcolando e consolidando anche le esposizioni delle varie amministrazioni locali oltre a quelle di alcune agenzie pubbliche, ecco che allora la cifra arriverebbe a quota 135-140%. E se si vuole dare un’occhiata a casa degli inglesi, altri maestri portati a esempio da imitare, si vede che il loro debito pubblico (se si mettono assieme tutte le poste) è volato a livelli vicini al 170%. E non c’è solo il debito pubblico. Si sa che in Italia quello privato non è fonte di preoccupazione perché il nostro Paese ha sempre prodotto molto risparmio, e sta continuando a farlo. La situazione americana è totalmente diversa: i consumatori statunitensi per decenni hanno comperato a credito, spendendo annualmente il 120% di quanto guadagnavano. Tirando le somme si arriva a questi risultati: il debito globale del sistema americano, mettendo insieme settore pubblico e privato, era del 339% del Pil nel 2007. A fine 2009 è arrivato attorno al 370%. Detto in parole molte povere, ogni americano ha un debito pari alla ricchezza che produce in quasi quattro anni.

Rischio default?
Limitandosi al debito sovrano, nelle ultime settimane del 2009 si è creato un certo allarme negli ambienti finanziari internazionali. L’Irlanda e la Spagna hanno perso la tripla A delle agenzie di rating, il Regno Unito è stato messo sotto osservazione, la Grecia ha dovuto lanciare un sos all’Unione europea e per qualche tempo si è pensato che potesse addirittura non far fronte ai suoi impegni. Insomma la parola default è stata pronunciata ed era la prima volta che succedeva a proposito di un Paese dell’area euro. Questo ha creato nervosismo, fibrillazione. Qualcuno è andato a ripescare tutti i debiti sovrani, e qualche giornale si è ricordato di quello americano. C’è stato chi ha addirittura avanzato l’ipotesi estrema: anche Washington potrebbe subire prima o poi un trattamento analogo a quello toccato ai sudditi di Sua Maestà Britannica, il suo debito potrebbe essere messo sotto osservazione. Il che la avvicinerebbe a Roma che tante volte ha corso questo rischio. Certo la situazione è diversa: l’America è l’America; le principali agenzie di rating sono americane e ci penseranno bene prima di fare un simile autogol. Però fino a pochi anni fa nessuno avrebbe neppure avanzato una simile ipotesi.

Debito: vizi pubblici e virtù private
L’America sta cambiando. Gli ultimi dati statistici hanno individuato una nuova tendenza: anche i cittadini Usa, come quelli italiani, hanno scoperto le virtù rassicuranti del risparmio e oggi mettono da parte il 5,7% dei loro redditi. La crisi, la perdita di migliaia di posti di lavoro che ha portato la disoccupazione a superare la soglia del 10%, ha evidentemente seminato un’ondata di terrore. Per la prima volta nella storia gli americani nutrono timori per il loro avvenire, pensano che forse questa crisi sia diversa dalle precedenti, che non si tratti di una delle tante fasi in cui la curva della crescita rallenta temporaneamente. C’è un’ombra sull’american dream, sulla convinzione esistenziale, entrata nel dna di questo popolo, che la libera iniziativa, il mercato, la meritocrazia abbiano dato vita a un sistema perfetto che, sia pure con qualche caduta, garantisce benessere a tutti. Oggi gli americani incominciano a dubitare che il meccanismo possa essersi seriamente inceppato e che per l’avvenire sia meglio contare su una personale riserva. E per questo risparmiano, se appena possono.
Il risparmio è un comportamento virtuoso, ci mancherebbe, e nessuno si sogna di criticarlo. Certo che, a livello macroeconomico, se quasi 300 milioni di yankee da cicale si trasformano in formiche, qualche cosa succede. Infatti la ripresa tarda ad arrivare, ed è più debole del previsto: nel terzo trimestre del 2009 la crescita del prodotto interno lordo Usa è stata del 2,2%, contro il 2,8 previsto (la prima stima era del 3,5%). Insomma il consumatore si è fatto attento, bada a non affaticare troppo le carte di credito. E questo si fa sentire: la nuova parsimonia degli Stati Uniti, tuttora di gran lunga il primo mercato del mondo, ha degli effetti che non si esauriranno dentro i confini nazionali.

Fuga dal mercato
Il nuovo corso economico del Paese leader ha anche acceso un dibattito fra economisti, docenti, esperti. In Italia ne parla ormai spesso il professor Guido Rossi, una delle poche Cassandre che avevano previsto il crollo dei mercati (e tuttora è pessimista, sicuro che un’altra bolla stia per scoppiare). Il tema è questo: quella americana può ancora definirsi un’economia di mercato? Il professor Rossi sostiene di no. A suo parere bisogna parlare di un’economia ibrida, tanto forte è diventata la presenza pubblica e tanti sono stati i salvataggi di imprese finanziarie o industriali fatti dal Tesoro. È vero che parte di questi sussidi sono già stati restituiti (per esempio da alcune banche). Però il governo Usa è ancora azionista di moltissime realtà. Per usare un termine corrente da noi in passato, l’economia americana è stata “irizzata”, è diventata mista (o appunto ibrida). E probabilmente continuerà a esserlo a lungo perché una exit strategy non è facile da impostare. È una situazione assolutamente nuova per il Paese dei Rockefeller, ma che l’Italia ha vissuto per decenni. Dopo la seconda guerra mondiale sono state le partecipazioni statali a dare un impulso decisivo a quella svolta industriale che ha portato il Paese al miracolo economico. Sono di origine pubblica l’industria petrolifera come quella siderurgica; le autostrade come i trasporti aerei e così via. La formula poi è degenerata, per la commistione continua fra affari e politica. Però, ancora adesso, mentre la grande industria privata è in ripiegamento o è scomparsa, le realtà produttive più solide come Eni ed Enel, sono di proprietà pubblica.

E vissero tutti “ibridi” e contenti
La formula di economia ibrida è sempre criticata, condannata senza possibilità di appello dalla finanza, dal mondo del business e dai media internazionali soprattutto anglosassoni. E l’Italia, con la politica delle privatizzazioni avviate negli anni ‘90, l’ha quasi completamente abbandonata. Ma è una formula che con la crisi si sta affermando come modello culturale obbligato e diffusissimo. Il sistema bancario inglese, di fatto, oggi è in mano pubblica: i grandi nomi che hanno fatto di Londra il simbolo della finanza globale, sarebbero tutti falliti senza l’intervento dello Stato. E negli Stati Uniti, il Recovery act voluto da Obama per reagire alla crisi, è andato nella stessa direzione. Una parte consistente (ma ormai minoritaria) degli economisti americani, continua a pensare che sia stato un errore intervenire con operazioni di salvataggio di simili dimensioni, che l’aiuto pubblico abbia sì evitato lo spettro del ‘29, ma abbia anche snaturato l’economia drogandola, togliendole il suo slancio imprenditoriale, subordinandola al potere politico. Insomma, non apprezzano questa italianizzazione del loro Paese e vorrebbero che Obama corresse ai ripari il più presto possibile perché quando si crea un connubio stabile fra affari e politica, si genera una meccanismo dal quale è poi difficile uscire in maniera virtuosa. Avranno ragione? È un dibattito che appassiona solo gli economisti. Le centinaia di migliaia di persone che hanno evitato il licenziamento grazie a questa formula ibrida, un po’ all’italiana, non si lamentano. In futuro si vedrà.

CON IL VIZIO DEL DEBITO

115%
il debito pubblico italiano rispetto al Pil

135-140%
il debito pubblico usa rispetto al Pil

370%
circa il debito globale (pubblico e privato) usa rispetto al Pil

170%
circa il debito pubblico del regno unito rispetto al Pil