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Sette anni, cinque governi, 33 rapporti scritti e una quindicina di professionisti tra commissari e consiglieri. Eppure, la tanto invocata spending review non ha portato i risultati attesi: anziché diminuire, dal 2007 al 2014 la spesa pubblica è saita del 18,1%, per un incremento pari a +107,2 miliardi. A confermarlo è il dossier dell’Ufficio Studi dell’organizzazione degli artigiani Confartigianato. Stando a quanto emerge, in sette anni il pil è sceso (in termini reali) del -8,2%: la spesa per gli investimenti è precipitata di oltre il 20% (-9,2 miliardi) in controtendenza con le entrate che sono invece salite di ben 77,2 miliardi.

Questo ha fatto sì che il nostro Bel Paese diventasse la nazione con la più elevata pressione fiscale, senza ricadute positive sull’economia reale. Per il 2015 la previsione è però di un leggero calo della spesa pubblica che dovrebbe scendere del -0,6% attestandosi sui 827 miliardi (il 50,5% del pil). «Senza risparmi e maggiore efficienza nell’uso delle risorse pubbliche rischiamo di incappare nelle clausole di salvaguardia imposte dal patto di Stabilità», avvisa il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti. «Non vorremmo essere costretti a riparare sprechi e inefficienze con nuove tasse e imposte».

La situazione italiana stride soprattutto se viene comparata al resto dell’Eurozona. Sempre stando al dossier di Confartigianato, con l’introduzione della spending review nel 2010, la spesa pubblica è rimasta sostanzialmente stabile: si è registrato un incremento dello +0,1%. Il dossier sottolinea che se avessimo seguito l’andamento dell’eurozona, la spesa pubblica sarebbe calata di 23,2 miliardi nel giro di sette anni.