Il mondo del tessile è in allarme. Il prezzo delle materie prime è in ascesa e sembra non accennare a fermarsi.
La libbra di cotone, che nel secondo trimestre del 2009 veniva venduta a 54 centesimi di dollari, adesso ha superato 1,50 dollari. Il dato segna il record assoluto, da quando nel 1870 si scambia sui mercati finanziari.
Stesso discorso anche per la lana. Qui la borsa non c’entra – la lana non è quotata e i prezzi si decidono in base delle aste in Australia (maggiore produttore mondiale) – eppure la situazione è simile con l’Eastern Market Indicator, l’indicatore che sintetizza il risultato delle aste australiane, arrivato a 10,32 dollari australiani per kg clean, il massimo da gennaio 2008. In dollari Usa parliamo del livello più alto degli ultimi venti anni, a dir poco.
La cause che sospingono i prezzi delle materie prime sono da ricercare in primo luogo nella voracità cinese, la domanda in arrivo dal Celeste Impero cresce ogni giorno, ma anche alla diminuzione dell’offerta. Diminuiscono le pecore da tosa e al contempo arrivano raccolti scarsi dai campi di cotone.
Un tale scenario, nel quale naturalmente si inserisce la speculazione, provoca gravi ripercussioni sulle aziende tessili, anche italiane. Passate dalla crisi di domanda – legata alla congiuntura economica negativa – alla crisi di materie prime.
In ritardo anche le forniture già prenotate; si teme che le materie prime vengano dirottate laddove, Cina in primis, si è disposti a pagare di più.
I produttori italiani non riescono ad avere lana e cotone a sufficienza e diventa difficile stare dietro alle consegne.