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Siamo un Paese piccolo con problemi da Paese grande

Siamo un Paese piccolo con problemi da Paese grande Torna a Allarme Golden Power
Venerdì, 23 Luglio 2021
Marco Pugliese-Cisint

In che contesto geopolitico si muove l’Italia e quali sono le minacce ai suoi interessi strategici? Business People lo ha chiesto a Marco Pugliese, analista del Cisint, il Centro italiano di strategia e intelligence, al cui interno è stato istituito l’Ossissna, l’Osservatorio nazionale per la sicurezza del sistema industriale strategico.

I nuovi poteri in materia di Golden Power, appena esercitati nei confronti di gruppi cinesi, mettono al sicuro il sistema economico italiano?
Direi di no. Anche perché l’Italia ha un altro problema forse più pressante con l’Unione europea, che non ha saputo sviluppare una propria visione macro ma è di fatto guidata da due Paesi, Francia e Germania, che giocano una loro partita e hanno mire nemmeno troppo velate su alcuni asset dell’Italia, la quale – e vale la pena di ricordarlo – non è un Paese che vive di turismo, ma una potenza altamente industrializzata capace di produrre – tra le tante cose – alta elettronica, componenti, sistemi d’arma, di puntamento e di volo e con un settore, quello navale, che tiene in piedi numerosi distretti.

Quindi l’Italia è ancora vulnerabile?
Sì, e lo sarà fino a quando lo Stato non sarà presente in alcune aziende particolarmente rilevanti. Nell’automotive, e penso a Fca, siamo vulnerabili. Opel e Peugeot non lo sono perché tra i loro azionisti ci sono lo stato tedesco e quello francese. In Francia, chi volesse comprare il gruppo Tgv, se la dovrebbe vedere con il governo. Da noi si è affermata invece una dottrina diversa. Le privatizzazioni degli anni ’90 hanno spacchettato tutti i nostri asset, provocando la grande smobilitazione economica italiana. L’Iri è stata scorporata, come i grandi gruppi industriali. All’alba della globalizzazione, l’Italia andava in direzione contraria, creando aziende più piccole che, però, non riuscivano a essere competitive, che dovevano delocalizzare o essere vendute a soggetti più grandi. Va detto che all’epoca il mondo sembrava americano. Nessuno immaginava il ritorno della Russia e, tantomeno, l’avvento della Cina.

Ecco, a proposito, la Cina è un pericolo reale o più mediatico?
Può diventarlo, ma questo dipende da noi e da come vigiliamo su alcuni settori estremamente delicati. Per esempio, le aziende che operano nell’industria spaziale vanno protette, perché lavorano in consorzio, quindi c’è il rischio che, con poche acquisizioni mirate, un altro Paese possa mettere le mani sull’intera filiera.

La Francia negli ultimi anni è penetrata anche in settori che sarebbero dovuti rientrare nel primo perimetro del Golden Power. Com’è stato possibile?
Perché le attivazioni dure “alla Draghi” non ci sono mai state. Ma oltre ai veti alle operazioni di M&A, ci sono altri strumenti che gli Stati possono usare, che riguardano alcuni aspetti della loro architettura istituzionale. Prendiamo Cdp, che è un player fondamentale del nostro sistema economico: si tratta di una banca che di fatto non può fare prestiti. La Germania, invece, ha un ente simile – il Kreditanstalt für Wiederaufbau (Kfw, Istituto di credito per la ricostruzione) – che però li può fare, perché per Berlino i prestiti sono un’attività strategica, che quindi viene regolamentata in modo particolare. La Francia, da parte sua, ha una banca centrale che controlla una moneta utilizzata da alcuni Paesi africani, dai quali trae – tra le altre cose – uranio al prezzo che vuole per i suoi reattori nucleari. Questi sono i competitor dell’Italia, Paesi che sono alleati in alcuni campi ma rivali in altri e che hanno architetture istituzionali con le quali riescono a tutelare molto meglio i loro interessi. Senza poi contare che hanno saputo piazzare loro rappresentanti in alcuni consessi molto rilevanti. Non è un caso che Lufthansa da anni riceva annualmente una quantità di fondi che Alitalia può solo sognare. Purtroppo, l’Italia è un Paese piccolo ma con problemi da Paese grande.

Le cose stanno cambiando?
In parte sì, come dimostrano la recente acquisizione delle ferrovie spagnole o alcuni colpi messi a segno da Leonardo, dall’Eni che è riuscita a mantenere il controllo dei pozzi in Egitto e Cipro, anche grazie all’intervento della nostra Marina militare. Stiamo cambiando politica, ma siamo un po’ troppo lenti rispetto agli altri. Un altro caso Olivetti o Faggin non deve ripetersi.

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