Il vero affare (per i lavoratori) è il Sud. Stando infatti a un’indagine elaborata dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e redatta dagli economisti Tito Boeri (Bocconi), Andrea Ichino (Istituto universitario europeo) ed Enrico Moretti (Università di Berkley), sono le province del Meridione a vantare il potere d’acquisto più alto. Quindi quei pochi che riescono a tenere stretto il proprio lavoro (laggiù la disoccupazione è alle stelle), godono di un maggior tenore di vita, grazie alla combinazione vincente di salario e consumi. Prendiamo per esempio il caso degli insegnanti di scuola elementare, con cinque anni di anzianità maturati: il salario nominale è fisso in tutta Italia ed è pari a 1.305 euro al mese. Ma se si considerano gli indici di prezzo al consumo e l’inflazione, si scopre che la somma equivale a 1.051 euro a Milano, e a 1.549 euro a Ragusa, con uno scarto per la Sicilia del +47%. Da qui, i sorprendenti risultati delle classifiche sui salari reali più alti (non nominali): al primo posto c’è Caltanissetta, al secondo Crotone (addirittura 95° nella classifica dei salari nominali), al terzo Enna. Seguono Biella, Siracusa, Pordenone, Vercelli, Taranto, Vibo Valentia e Mantova. Con il risultato di sei province del Sud in graduatoria. Al contrario i salari reali più poveri sono a Savona, Roma e Imperia. Settima Milano.