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Non bisogna avere pregiudizi

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Martedì, 24 Marzo 2015

Intervista a Roberta Rabellotti, docente di Economia dello sviluppo e di Economia internazionale all’Università di Pavia

Alcuni grandi gruppi hanno indubbiamente un atteggiamento predatorio nei confronti della nostra economia. Nello stesso tempo, però, ci sono anche molte aziende che possono portare benefici al tessuto produttivo nazionale. È l’opinione di Roberta Rabellotti riguardo agli investimenti effettuati in Italia dalle multinazionali dei Paesi emergenti.

Dunque, ben vengano gli stranieri, anche se arrivano da lontano...
Diciamo che non dobbiamo temerli se il loro obiettivo è mettere in atto investimenti che prevedano una stretta collaborazione con il territorio in cui s’insediano, per esempio con i centri di ricerca, con le università o con le pmi locali, che hanno così l’opportunità di dar vita a una rete di subforniture per la multinazionale che arriva dai Paesi emergenti. Senza dimenticare, infine, un altro aspetto importante: per le aziende italiane, avere rapporti con un grande gruppo cinese o indiano può essere l’occasione per fare un salto di qualità.

In che senso?
Il contatto con una multinazionale di questi Paesi può essere sfruttata come opportunità per penetrare in mercati molto lontani dall’Italia, difficilmente accessibili per una media impresa del nostro Paese senza un valido supporto esterno.

Come possiamo impedire, invece, che alcune multinazionali emergenti abbiano un atteggiamento predatorio?
Creare in Italia un ambiente favorevole agli investimenti più virtuosi, agevolando la collaborazione e lo scambio di conoscenze tra le imprese che arrivano dall’estero e i territori in cui si insediano.

Qualche esempio?
Di solito, i grandi gruppi dei Paesi emergenti hanno interesse a insediarsi in un determinato contesto produttivo quando trovano le competenze e la tecnologia giuste per avviare un nuovo business. È il caso delle aziende cinesi che investono nel distretto automobilistico di Torino o nell’industria eolica della Danimarca. Tuttavia, se nello stesso territorio le multinazionali si scontrano con una burocrazia che non funziona e obbliga un dipendente straniero ad aspettare mesi soltanto per avere un visto per i propri familiari, le stesse aziende sono spinte a tornarsene a casa dopo qualche anno, portando con sé la tecnologia e il know how acquisiti. L’atteggiamento predatorio degli investitori esteri, insomma, spesso può essere causato anche da errori dei Paesi di destinazione.

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