Nel Masterplan per il Meridione presentato dal governo a novembre, si effettua una ricognizione dei fondi a disposizione del Mezzogiorno (nella mappa la distribuzione in Europa dei fondi strutturali). Per il 2014-2020 saranno previste nuove regole e i soldi saranno gestiti attraverso 15 Patti per il Sud (con Regioni e Città metropolitane), strutturati in quattro capitoli: visione, strumenti, interventi prioritari e governance.

Rieccolo, il nostro caro vecchio Sud. Come un eterno ritornello nella nostra storia repubblicana, la questione meridionale torna all’attenzione del mondo politico italiano. Stavolta ha il volto moderno del Masterplan per il Mezzogiorno elaborato dal governo per «scrivere una nuova pagina» nel racconto di un cronico ritardo sul resto del Paese. Poche idee chiare, tanti buoni principi e qualche numero indicativo dell’occasione che si presenta – ancora una volta, dai tempi della Cassa del Mezzogiorno – per il Sud Italia: 95 miliardi di fondi strutturali da spendere entro il 2023 per ridurre il gap dal Nord.

Un divario che si è ulteriormente allargato dal 2001, come ha certificato lo Svimez in estate suscitando la risposta dell’esecutivo. Si tratta di soldi già stanziati dall’Europa e dall’Italia – quindi senza ulteriori esborsi rispetto alle previsioni statali – ma pur sempre “nostri”, dunque da impiegare con efficacia per portare davvero sviluppo. Il governo ha lavorato sulle modalità per impiegarli nella legge di Stabilità (primo passo 2,5 miliardi di credito d’imposta per gli investimenti delle aziende meridionali) e, come si dice in questi casi, ai posteri andrà l’ardua sentenza. Forse non tutti sanno, però, che i soldi “di ritorno” dal bilancio Ue non sono l’unica strada in mano ai Paesi membri per aiutare particolari zone sottosviluppate.

Parola all'esperto 

Oltre a numerosi piani per il sostegno delle pmi o iniziative specifiche, esistono piani di aiuti di Stato che sono disciplinati dalle autorità europee con pafrancia Intensità aiuto spagna Intensità aiuto rametri prestabiliti per evitare limitazioni della concorrenza. A differenza dei fondi strutturali, gli Aiuti di Stato a finalità regionale (Afr) non possono essere destinati a tutti, ma solo ad aree Nuts 2 (tra 800 mila e 3 milioni di abitanti) che hanno un pil inferiore al 75% della media Ue, scarsamente popolate o ultraperiferiche. Previsti dall’articolo 107 del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea, gli Afr sono pensati in particolare per sostenere lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro, ma non possono andare a determinati settori come siderurgia, trasporti ed energia. Inoltre, sono modulati in base alle reali condizioni delle regioni di destinazione: le zone “a” possono ricevere interventi fino al 50% di ciascun progetto (ma gli stanziamenti oltre i 50 milioni hanno bisogno di un’approvazione diretta e non locale), quelle “c” hanno invece un tetto del 10-15%.

È dalle mappe di questi finanziamenti che si scopre come ogni Paese abbia in fondo il “suo Mezzogiorno” e abbia studiato formule di intervento più o meno specifiche per aiutarne lo sviluppo. Un Sud germania Intensità aiuto che non è sempre “a sud”: per la Germania, infatti, è ovviamente la storica parte orientale, in Francia sono i possedimenti d’oltremare (Guyana, La Réunion, Guadalupa, Martinica) mentre Piccardia, Borgogna e Linguadoca-Midi-Pyrenées erano aree “a” fino al 2007-2013. Se l’Estremadura e l’Andalusia in Spagna ricordano per molti versi, non solo per la posizione geografica ma anche per dimensione, le condizioni del Sud Italia, non mancano invece casi particolarissimi e periferici come la Cornovaglia e il Galles occidentale nel Regno Unito. Gli aiuti di Sua Maestà, però, supportano con programmi specifici anche le regioni più remote della Scozia e l’Irlanda del Nord, così come grandi aree industriali in difficoltà (Birmingham su tutte).

politica-coesione-ue-2014-2020

ESEMPI DA COPIARE Ma come si comportano i nostri partner europei con i loro “Sud”? Ogni Paese ha scelto una ricetta. Partiamo dalla Germania che dal 1990 continua a lottare per il progresso e lo sviluppo dell’ex Est. Fino al 2013, si era scelta la strada dell’esenzione fiscale per gli investimenti nell’area. Ora si punta a rendere più precise le manovre grazie all’Innokom-Ost: 65 milioni di euro all’anno per finanziare progetti di ricerca e sviluppo. A questo strumento si affianca il Grw – 624 milioni per investimenti innovativi nelle infrastrutture – e il lavoro della Cdp locale (KfW). Dopo i quasi 200 miliardi spesi dalla riunificazione, ora si punta sui poli d’eccellenza: nel 2014 sono stati erogati 1,8 miliardi di prestiti agevolati alle piccole e medie imprese. In attesa, ovviamente, di poter mettere sul campo i 9,7 miliardi dei fondi per la coesione.

Una dote di poco superiore a quella della Francia (7,8 miliardi fino al 2020) che a sua volta ha messo in campo strategie alternative di sviluppo sfruttando in particolare la leva fiscale con un mix di incentivi tarati sulle singole necessità. Oltre agli abbondanti sgravi per le aree d’oltremare e la Corsica, nelle zone continentali in crisi il governo transalpino ha creato le Zone a finalità regionale (Zafr) e le Zone franche urbane (Zfr), che prevedono l’esenzione dell’imposta sul reddito – rispettivamente per due e cinque anni – a favore di tutte le aziende che nasceranno in loco entro la fine di questa tranche di aiuti (cinque anni anche per chi apre in zone a forte disoccupazione o in aree rurali). Non è un caso perciò che Piccardia, Borgogna e Linguadoca-Midi-Pyrenées siano uscite dal raggio delle aree in forte ritardo: merito soprattutto del lavoro puntuale dell’amministrazione pubblica francese che comunica e rendiconta la gestione di soldi e progetti sul sito Internet Europe-en-france.gouv.fr.

La via della ricerca stata scelta anche dalla Spagna (dote 15,2 miliardi) con un budget di 200 milioni per i 2016 in progetti di ricerca nelle regioni svantaggiate: qui la scelta è ricaduta in particolare sul campo della bioeconomia. Estremadura e Andalusia devono affrontare invece una riconversione industriale e sono diventate per questo Zone di urgente urbanizzazione con sgravi e accesso al credito facilitato. Contributi a fondo perduto fino al 35% (30% dal 2018 al 2020) sono concessi invece alle pmi per correggere gli squilibri territoriali.

Oltre alle strade comuni, come il finanziamento di capitale di investimento per le piccole aziende e la riconversione di siti produttivi dismessi, il Regno Unito ha voluto puntare su settori chiave, come l’aerospaziale. E ha fatto notizia in estate l’ok della Commissione europea al maxi-aiuto da 50 milioni di sterline voluto da Londra per sostenere lo sviluppo di un rivoluzionario sistema di lancio denominato Sabre, che promette di rendere economici i viaggi all’interno dell’atmosfera.

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UNO DEGLI OBIETTIVI PER

IL 2014-2020 È LA MAGGIORE

VERIFICABILITÀ DEI RISULTATI

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PROBLEMI STRUTTURALI Tornando ora al Masterplan tricolore, il totale di 95 miliardi è la somma dei 56,2 miliardi di Fondi strutturali Fesr e Fse (di cui 32,2 dall’Europa e 24 dall’Italia), dei 4,3 del cofinanziamento nazionale e dei 39 del Fondo sviluppo e coesione. Partendo dai quattro obiettivi generali anticipati alla Commissione europea – innovazione e ricerca, agenda digitale, sostegno alle pmi ed economia a basse emissioni di carbonio – la gestione dei fondi si divide in più livelli con la palla che passa agli enti locali. Le aree più sviluppate devono concentrare l’80% dei fondi su due priorità, quelle in transizione (tra il 75 e il 90% del pil medio dell’Ue, Abruzzo, Molise e Sardegna per l’Italia) il 60% e quelle in ritardo almeno il 50%. Una serie di principi che dovrebbe declinarsi nel caso italiano in investimenti nelle infrastrutture (l’Alta velocità innanzitutto), nello sviluppo, nella risoluzione di crisi industriali, nell’agevolazione dell’accesso al credito, nel miglioramento della portualità e della logistica, nel sostegno alla ricerca. E l’elenco potrebbe proseguire. Anche qui, gli altri Paesi sembrano avere le idee più chiare.

Nelle zone di confine con la Polonia, il governo tedesco investirà sull’ambiente e sul turismo ecocompatibile. Parigi vuole puntare molto sull’innovazione e l’educazione terziaria per le aree depresse della Francia. La Spagna vuole condurre in Andalusia e Murcia la “Smart Specialisation Strategy” per promuovere l’alta specializzazione delle pmi. Efficienza energetica ed economia a basse emissioni di anidride carbonica sono i temi che fanno da filo conduttore ai diversi piani elaborati da Regno Unito. E l’Italia? Prendiamo, tanto per fare un esempio, il Programma operativo regionale Molise: tra gli obiettivi, intende ha promuovere l’innovazione e i servici Ict, aumentare la competitività del sistema produttivo, aumentare l’efficienza energetica, preservare l’eredità culturale, rinforzare l’inclusione sociale, supportare l’educazione e le istituzioni. Il tutto con 75 milioni di euro (Fesr e Fse) per creare – come primo traguardo – 411 nuovi posti di lavoro. Troppi elementi? Probabilmente sì.

«La frammentazionedegli investimenti è uno dei punti negativi», conferma Filippo Teoldi, ricercatore che nel 2014 aveva redatto con il professore Roberto Perotti (Università Bocconi) il report Il disastro dei fondi strutturali europei : «L’altro problema è il sottobosco di strutture per la gestione dei fondi strutturali, di agenzie che si occupano della valuazione. Perché il cofinanziamento è nazionale, ma la gestione è regionale: i livelli di governo sono sfalsati». A risentirne è la qualità della spesa, impossibile da rendicontare: «Questi soldi vengono usati senza valutarne l’efficacia», chiarisce Teoldi, «non dovremmo chiederci se sono troppi o pochi, ma se li stiamo spendendo bene. La risposta è no, perché la rendicontazione non è a carico di chi li spende, che dovrebbe giustificarne l’uso in modo scientifico e accurato».

DA DOVE RIPARTIRE Qualcosa si sta muovendo, in Olanda e Irlanda sembrano esserci esempi di buone pratiche – ma anche in Trentino Alto Adige, assicurano gli esperti – e uno degli indirizzi per il 2014/2020 da parte dell’Ue è stato proprio quello di una maggiore verifica sull’utilizzo dei fondi e sulla razionalizzazione dei microinterventi. In Italia a fare la differenza è stato Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale del governo Monti, che ha dato una sterzata alla gestione 2007-2013, praticamente dimenticata fino al 2011. Il sito Opencoesione racconta il cambio di marcia nell’utilizzo trasparente dei finanziamenti, che hanno ormai raggiunto o quasi il budget prestabilito per il periodo. Anche se sembra evidente il ritardo già accumulato per il settennato 2014-2020.

«Sarebbe stato grave perdere risorse e l’Italia non l’ha mai fatto», dice con molta concretezza Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’Università di Bari ed ex consigliere della Cdp, «ci sta anche di farlo attraverso una sorta di ingegneria finanziaria, portando a spesa europea anche altre opere. In fondo lo fanno tutti gli Stati membri, non c’è niente di strano». La questione si sposta allora in avanti: «Sarebbe importante capire che fine fanno i soldi poi recuperati», spiega Viesti con un esempio: «Se un Comune ha pagato un’opera che poi è rientrata nei finanziamenti Ue, l’amministrazione riceve indietro i soldi che aveva investito. Quello che fa la differenza è come li userà la seconda volta per fare qualcosa di nuovo. Sono quelle le risorse che si perdono davvero, magari finendo nella decontribuzione come è accaduto nel 2015».