Meno al verde se green

La conferenza di Parigi ha aperto ufficiosamente le porte alla rivoluzione industriale d’ispirazione ecologica. Dal mercato dell’auto alla finanza, la responsabilità sociale diventa un fattore sempre più importante sui mercati. E l’Italia per una volta è all’avanguardia, anche se manca ancora molto per trasformare una “moda” in un fattore decisivo per la ripresa

Il 13 dicembre scorso nel grande salone di Le Bourget, un’area aeroportuale in prossimità di Parigi dove si è svolta la 21esima Conferenza internazionale sul clima (Cop21), gli applausi sono scrosciati a lungo. Erano quelli dei 195 delegati, provenienti da altrettanti Paesi, che hanno salutato con calore e firmato un accordo definito subito “storico” dai giornali di tutto il mondo.
Quasi tutte le nazioni del pianeta si sono impegnate a ridurre nei prossimi decenni le proprie emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera (CO2), in modo da evitare i cambiamenti climatici e il surriscaldamento globale, contenendo così l’aumento della temperatura terrestre entro la soglia di due gradi centigradi. Per adesso, si tratta solo di una semplice dichiarazione di intenti che resta ancora sulla carta. Tuttavia, la grande novità portata in dote dalla Cop21 è che le maggiori potenze industriali del globo, dall’Europa agli Stati Uniti sino alla Cina e all’India, hanno accettato tutte per la prima volta di condividere una lunga sfilza di obiettivi nella lotta ai cambiamenti climatici dopo tante divergenze di vedute negli anni passati.

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RIVOLUZIONE BIO
Di conseguenza, diversi osservatori e “futurologi” di varia estrazione pensano che sia ormai alle porte una lenta ma inesorabile riconversione dell’economia globale, che avrà sempre di più un’impronta ecologica abbandonando le attività industriali oggi responsabili delle maggiori emissioni di anidride carbonica. E così, con l’avvento della green economy, i Paesi e le aziende di tutto il mondo sono chiamati a una sfida importante. Chi punterà con forza sulle produzioni eco-sostenibili potrà acquisire una marcia in più per competere su scala globale. Chi invece rimarrà ancorato al modus operandi del passato, alla vecchia economia basata sui combustibili fossili e sulle produzioni più inquinanti, sembra inevitabilmente destinato a imboccare la strada del declino.
Se questo è lo scenario che si profila all’orizzonte, allora si può dire che l’Italia appare al momento già ben posizionata per affrontare i cambiamenti in atto. Questo, almeno, è quanto sostiene il rapporto Greenitaly di Unioncamere e della Fondazione Symbola, che ogni anno analizza a fondo le modalità con cui il sistema produttivo tricolore si prepara alla rivoluzione dell’economia verde. Secondo l’edizione 2015, l’Italia è addirittura al secondo posto in Europa, alle spalle del virtuosissimo Lussemburgo, nella classifica delle economie più eco-efficienti (si vedano le tabelle nelle pagine seguenti). In rapporto al valore delle merci prodotte, infatti, le aziende della Penisola generano molti meno rifiuti e molta meno anidride carbonica delle loro concorrenti straniere, oltre a essere particolarmente virtuose nel non sprecare le materie prime utilizzate. Inoltre, l’Italia è anche al primo posto nel Vecchio Continente (assieme alla Spagna) per la produzione di energia da fonti rinnovabili: eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Altro che nazione in declino, insomma. Con la green economy, almeno secondo gli analisti di Unioncamere e della Fondazione Symbola, il Belpaese può cogliere la palla al balzo per viaggiare di nuovo alla grande, partendo in pole position nella sfida sui mercati globali. Non a caso, le aziende che investono nelle produzioni eco-sostenibili sono anche quelle che hanno maggiore successo sui mercati esteri e, tra il 2008 e il 2014, hanno visto crescere di oltre il 19% il proprio export, contro una media del 13% registrata invece nelle altre imprese.

AUTO NUOVA, ZERO EMISSIONI
Di fronte a questi risultati di rilievo, però, è bene non adagiarsi troppo sugli allori e considerare piuttosto i traguardi raggiunti finora soltanto come una prima tappa di un lungo cammino. Se gli impegni presi con l’accordo di Parigi saranno rispettati, lo sviluppo della green economy sarà un fenomeno che si manifesterà in maniera significativa soltanto e soprattutto nei decenni a venire, grazie anche a un cambiamento negli stili di vita dei consumatori. Per rendersene conto, basta analizzare i trend oggi in atto nel mercato dell’automobile. Dopo aver attraversato una lunga crisi, in Italia questo settore è in forte ripresa grazie anche a un vero e proprio boom dell’auto ecologica: nel 2014, per esempio, le vendite di vetture ad alimentazione alternativa e a basse emissioni (metano, gpl elettriche e ibride) hanno raggiunto una quota di mercato del 16,1%, quasi il triplo rispetto a quella registrata nel 2011. «C’è un progressivo spostamento delle scelte degli automobilisti italiani verso i sistemi di alimentazione ecologica», scrivono gli autori del rapporto, «e sta cambiando la composizione del nostro parco circolante che è ancora uno dei più obsoleti d’Europa». Tuttavia, proprio perché non bisogna adagiarsi sugli allori, vanno sottolineati anche alcuni punti deboli del mercato italiano dove, assieme al boom del metano e del gpl, c’è una bassa incidenza di vendite di auto ibride (1,6% del totale) e soprattutto di auto elettriche a emissioni zero (0,1% del totale), penalizzate da una scarsa diffusione sul territorio delle reti di rifornimento. Non in tutti i segmenti, insomma, il nostro Paese ha raggiunto ancora punte di eccellenza.

ECOLOGISTI A FARE LA SPESA
Discorso diverso, invece, per il settore agroalimentare, dove l’Italia ha messo a segno un importante risultato: siamo al secondo posto in Europa (dietro alla Spagna e davanti alla Francia) per estensione delle superfici agricole destinate ai prodotti biologici. Non male, se si tiene conto del profondo mutamento in atto anche nelle abitudini di chi va a fare la spesa al supermarket. Oggi, infatti, il mercato italiano del bio sta crescendo come un fiume in piena: le vendite di prodotti biologici tra i consumatori privati sono aumentate del 15% nel 2014 e di ben il 20% nel 2015, superando il valore complessivo di 2 miliardi di euro annui. Si tratta di performance da capogiro, se confrontate con la modesta crescita dello 0,1% registrata nello stesso periodo dall’intero settore agroalimentare. Le aziende agricole che si convertono al bio, dunque, avranno probabilmente in futuro una vita più facile e già oggi esportano molto di più della media, cioè oltre il 24% del loro fatturato, contro il 18% circa delle aziende old style. Con l’avvento della green economy, gli stili di vita dei consumatori sembrano destinati a mutare radicalmente anche negli acquisti di capi tessili e d’abbigliamento. Sempre secondo il rapporto di Unioncamere, il 55% degli acquirenti è già oggi disposto a spendere di più per prodotti di imprese tessili impegnate a favore dell’ambiente e della società, mentre il 52% degli acquisti avviene solo dopo un attento controllo dell’etichetta.

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CHI RIMARRÀ ANCORATO

AI SISTEMI PRODUTTIVI CLASSICI

PERDERÀ IN COMPETITIVITÀ

E DOVRÀ RINUNCIARE

ALLA CONCORRENZA

SU SCALA GLOBALE

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PORTAFOGLI ANTI EMISSIONI
Persino il mondo della finanza, accusato di seguire dinamiche speculative che ben poco hanno a che fare con l’etica e la responsabilità sociale, sta sposando progressivamente i principi della nuova economia eco-friendly. Lo sanno bene quelli di Amundi, una delle maggiori case di gestione del risparmio al mondo, che amministra un patrimonio di oltre 950 miliardi di dollari ed è tra i fondatori della Portfolio Decarbonization Coalition. Si tratta di un’iniziativa cui hanno aderito importantissimi gruppi finanziari internazionali: ha lo scopo di spingere progressivamente i mercati dei capitali a investire soprattutto nelle aziende e nelle attività economiche meno inquinanti. Sempre Amundi ha lanciato uno specifico prodotto finanziario che permette anche ai risparmiatori privati, piccoli e grandi, di investire nelle imprese che sono oggi più virtuose dal punto di vista della sostenibilità aziendale. Si chiama Etf Msci World Low Carbon ed è un exchange traded fund, un fondo le cui quote possono essere comprate in Borsa (anche sul listino milanese di Piazza Affari) come un qualsiasi titolo azionario. Il prodotto di Amundi segue le performance di un indice di riferimento (l’Msci World Low Carbon) in cui sono incluse le azioni delle più importanti società quotate sui mercati finanziari internazionali, fatta eccezione per quelle maggiormente responsabili della produzione di CO2 o che detengono le più grandi riserve di combustibili fossili. «Abbiamo creato questo nuovo strumento finanziario», spiega Vincenzo Sagone, manager che dirige la business unit dedicata agli Etf di Amundi Sgr, «per dare agli investitori privati un prodotto capace di metterli al riparo dai rischi legati ai cambiamenti climatici, senza rinunciare alle opportunità di rendimento». Secondo Sagone, infatti, le conseguenze del climate change non sono state ancora valutate pienamente dai mercati finanziari. Dunque, man mano che le politiche industriali dei maggiori Paesi assumeranno sempre più un’impronta verde, «sulle Borse internazionali assisteremo probabilmente a un progressivo repricing che terrà conto di questo fenomeno», assicura il manager di Amundi. In altre parole, le aziende troppo ancorate alla vecchia economia sono destinate a perdere valore nel lungo periodo sui mercati finanziari, a vantaggio di quelle che invece hanno lavorato per ridurre l’impatto ambientale della propria attività.

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A FRONTE DI 36 MILIARDI

DI OBBLIGAZIONI VERDI

EMESSE NEL 2014,

DA NOI SOLO HERA

HA SFRUTTATO

TALE STRUMENTO

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PENSARE AL FUTURO
Ne è convinto anche Mauro Agazzi, presidente del Forum per la Finanza Sostenibile e direttore generale di Cometa, il più grande fondo pensione esistente in Italia, riservato ai lavoratori del settore metalmeccanico. «Investire nelle aziende socialmente responsabili e in quelle che operano attivamente per abbassare le emissioni di CO2», sostiene Agazzi, «non è soltanto una scelta di tipo etico, ma è anche una strategia conveniente». Nei decenni a venire, visto il successo di Cop21, le imprese che inquinano avranno maggiori probabilità di andare incontro a rischi di multe e sanzioni o di dover subire una tassazione più elevata e una regolamentazione ambientale più restrittiva, che finirà poi per incidere sul loro business. Ecco perché investire nelle aziende green è conveniente. «All’interno del variegato mondo finanziario, i temi della sostenibilità ambientale non possono certamente essere ignorati dai fondi pensione che», aggiunge Agazzi «per loro natura investono con obiettivi di rendimento nel lungo periodo e sono molto interessati ai macro trend che si manifestano nell’economia». Il direttore di Cometa ricorda come il fondo dei metalmeccanici sia il primo prodotto italiano della previdenza integrativa che si è dotato di una carbon footprint (impronta di carbonio), cioè ha misurato la quantità di anidride carbonica generata indirettamente dalle attività presenti nel suo portafoglio (per esempio, dalle aziende in cui lo stesso fondo detiene una partecipazione). L’obiettivo che Cometa si è posto per i prossimi anni è ovviamente quello di ridurre le emissioni di CO2 generate dai suoi investimenti, come faranno probabilmente molti altri fondi internazionali.

BOND ECO-FRIENDLY
La rivoluzione verde sta influendo sui mercati finanziari anche sul fronte degli strumenti del debito. Gli analisti internazionali prevedono una crescita sostenuta anche dei green bond, le obbligazioni emesse per finanziare progetti di sostenibilità ambientale come la costruzione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, la raccolta differenziata o la depurazione delle acque. Secondo i calcoli di Climate Bonds Initiative, ente non profit che promuove gli strumenti finanziari utili a fronteggiare i cambiamenti climatici, nel 2014 sono stati emessi green bond per oltre 36 miliardi di dollari, una cifra più che tripla rispetto a quella del 2013. Per il 2015, in attesa di dati definitivi, Climate Bonds Initiative stima che i collocamenti di obbligazioni verdi abbiano superato i 100 miliardi di dollari. A collocare questi titoli sono organismi sovranazionali come la Banca Mondiale, ma anche molte società private. Le aziende italiane, però, sono state finora piuttosto restie nello sperimentare questa nuova forma di finanziamento. La multiutility bolognese Hera, infatti, è stata finora l’unica società della Penisola a lanciare un simile strumento nel 2014.

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